Sito di Zappetta Gialla sull'Oro.

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Storia giacimentologica

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

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Qui sei nelle pagine che ho realizzato, estrapolando e riordinando secondo le esigenze del sito, buona parte delle argomentazioni mineralogiche e minerarie trattate in una pregevole tesi di Laurea sull'alta Val Sesia. (vai a inizio Tesi)

 

   

Dalla tesi di Laurea di Alessio Rimoldi, su suo gentile consenso e che ringrazio per la preziosa collaborazione al Sito.

 
   

                                                                                           

 

 

Storia giacimentologica o mineraria.

 

Seicento: il Ducato di Milano. Le prime tracce di attività estrattiva nel territorio carcoforese risalgono al 1682, quando Carlo e Antonio Bartolini notificarono all’amministrazione milanese la scoperta di una miniera d’oro. Lo stesso anno Giacomo Bartolini notificò la scoperta di una miniera già esistente nel territorio di Rima e ne chiese la concessione; dopo una lite fra le due parti il Magistrato di Milano sentenziò che gli scavi in territorio di Carcoforo dovevano essere fatti ad almeno 1000 passi da quelli di Rima, in senso opposto e fu loro concessa la miniera, con conseguente inizio dell’attività estrattiva.

In quegli anni venne introdotto un innovativo procedimento di amalgamazione che assunse un rapido sviluppo e incominciò ad essere utilizzato anche abusivamente in piccoli molinelli artigianali azionati a mano o con piccole derivazioni d’acqua; nel febbraio 1691 il Tribunale di Milano emanò una "grida" che proibiva alle persone non autorizzate di raccogliere minerale “e tener in casa verun ordigno, cioè molini da mano, argento vivo, fornelli, mantici, crogioli, coppelle, acque forti, lambichi, et altri istromenti, che possino servire per far esperienze di Miniere”.

Il Regno Sabaudo e la gestione statale delle miniere: 1707-1770. Nel 1707 la Valsesia venne annessa al Regno sabaudo, il quale, per mezzo delle Regie Finanze, intraprese la gestione diretta di tutte le miniere, specie quelle di rame e d’oro. Il conte F. D. Beraudo di Pralorno, inviato come pretore di Valsesia dal governo piemontese, scrisse che sarebbe stato opportuno sviluppare lo scavo delle miniere, che vi si trovano in quantità, ma neglette o poco coltivate. L’8 aprile 1737 fu rilasciata a Stefano Turcotti di Varallo la concessione per una "miniera d’oro da lui scoperta nella montagna di Carcoforo"; Nel 1747 si sopravvengono dei documenti che concernono la cessione dei diritti sulla miniera della Scarpia di Carcoforo da Pietro Maria Allegra, parroco del paese, e Gian Antonio Molino a favore della comunità, la quale nello stesso anno la vende ad Emiliano Agnesetti (sindaco di Carcoforo).

Tra 1711 e 1750 le miniere valsesiane (soprattutto quelle presenti nel comune di Alagna) produssero circa un centinaio di kg d’oro.

Nel 1759, in seguito alla pubblicazione dell’opera cartografica denominata "Grande carta della Valsesia", si poterono localizzare le miniere carcoforesi, situate in località "alpe Badile". Nel 1756 l’ispettore Generale delle Miniere, tale Spirito Nicolis De Robilant, volle sostituire il procedimento d’amalgamazione con quello di fusione, che consentiva un maggiore recupero di minerale, ma quest’ultimo procedimento era molto più oneroso, soprattutto per la mancanza di risorse naturali quali carbone e legna.

Tra 1753 a 1760 venne prodotto oro per Lire 464.541 e argento per Lire 568.561, ciò nonostante le spese risultarono maggiori (Pipino, 1999).

La rinuncia alla gestione statale. In seguito alla gestione costantemente in perdita, il 7 Aprile 1770 il governo sardo rinunciò alla gestione delle miniere, a quei tempi regolamentata dalle norme delle “Disposizione delle Regie Costituzioni, Libro Vi, tit. 6, delle miniere, come da riquadro qui a seguire:

 

1- tutti possono andare in cerca di miniere.

2- chiunque impedisca la ricerca e lo scavo di una miniera incorrerà in una multa di 100 scudi, anzi si potrà lavorare nei possedimenti altrui, mediante il risarcimento del danno.

3- una volta scoperta la miniera, nessuno potrà lavorarla senza prima averne ottenuto la licenza.

4- prima di mettere mano ai lavori, lo scopritore dovrà fare ricorso alla Corte dei Conti, con tutte le informazioni relative ed i saggi del minerale.

5- quando la scoperta avvenga in un territorio non infeudato o nel quale il feudatario non ha diritti sulle miniere, e quando non si stimi di intraprendere lo scavo per conto delle finanze, la Camera, dopo aver ricevuto gli ordini reali, accorderà allo scopritore la licenza di scavare.

6- quando la miniera si trovi in territorio infeudato con diritto sulle miniere o in terreno privato, il magistrato intimerà la richiesta di scavo al vassallo o al proprietario del fondo, dando loro il termine di un mese per decidere se vogliono essere preferiti nella licenza di scavo.

7- la prelazione a favore del proprietario avrà luogo soltanto dopo la rinuncia del feudatario;

8- quando i feudatari aventi diritto o i proprietari del fondo non rispondano nel termine fissato o dichiarino di non voler intraprendere gli scavi in proprio, decadranno da ogni diritto;

9- nel caso che le finanze decidano di eseguire i lavori in proprio, corrisponderanno un premio allo scopritore, e, nel caso dovesse essere preferito il feudatario o il proprietario del fondo, decideranno l’ammontare del premio da corrispondere allo scopritore, da parte di questi, premio consistente in una percentuale degli utili, da corrispondersi annualmente.

10- in ogni caso, il beneficiario dovrà iniziare i lavori entro tre mesi, pena la decadenza.

11- se, una volta iniziati i lavori, questi dovessere essere abbandonati per due mesi, senza giusto impedimento, la minierà sarà considerata abbandonata e potrà essere concessa ad altri.

12- il diritto di signoraggio, dovuto al re o al feudatario investito delle miniere, è la decima dell’oro e dell’argento, la quindicesima di rame e stagno, la vigesima del piombo e ogni altro metallo prodotto, senza aggravio di spese, e dovrà essere fedelmente e regolarmente corrisposto, man mano che i metalli verranno affinati nelle fonderie, sotto pena del quadruplo.

13- i minerali estratti non potranno essere esportati, neanche se ridotti in metallo, sotto pena di sequestro e della multa di cento scudi.

 

Tutte le miniere vennero concesse a privati che continuarono ad estrarre metallo col processo di amalgamazione, meno oneroso e con una resa variabile dal 60 all’80%. Nel 1776 e 1780 furono concesse al Cap. Emiliano Agnesetti le miniere all’alpe Badile, per oro e argento, e al Colle D’Egua, per marcasite. Nel periodo a cavallo tra 1700 e 1800 le miniere del Badile furono funzionanti e la zona suscitò l’interesse di alcuni abitanti della valle, tali De Dominici, Giacobini, Cacciauccelli e Ragozzi che, nel 1802, dichiararono di aver trovato una miniera d’oro all’alpe dei coniugi Molini, detta Badile o Pallone, e richiesero al Prefetto del Dipartimento dell’Agogna l’abilitazione all’escavazione tramite il Cancelliere Censuario del Distretto di Varallo.

L ’invasione napoleonica e il Regno d’Italia: 1805-1814. Nel 1805, in seguito alla circolare emanata dal Segretario Generale delle Miniere, si richiese ad ogni comune di elencare le miniere attive presenti, specificando soprattutto il concessionario e le quietanze dei pagamenti in metallo. Nel comune di Carcoforo era presente una miniera d’oro all’alpe Badile ma di essa non si conosceva né il concessionario né la quantità estratta.

La Restaurazione del regno di Sardegna. Le miniere di Carcoforo non furono molto produttive, negli anni, tra le diverse dominazioni; esse vennero coltivate per brevi periodi per poi essere abbandonate. Nonostante ciò destarono sempre molto interesse tra gli abitanti della valle, tant’è che anche nel 1821 vi è traccia di una corrispondenza in cui l’allora vice parroco Luigi Fumiotti chiese all’intendente di Varallo, per conto dei Sig.ri Bertolino e Giacometto, di far analizzare un campione di roccia pervenuta in una miniera abbandonata in zona alpe Badile, i quali, dopo aver avuto l’esito positivo dell’analisi ("pirite ferruginosa e arsenicale in uno scisto selcioso, per 100 Libre vi sono 12 grammi di Ag") chiesero, nel 1822, la concessione per estrarre non oro, ma argento, dalla miniera. Atto pienamente giustificato, siccome nei filoni del Monte Rosa è molto frequente che la quantità di Ag sia maggiore anche di dieci volte rispetto alla quantità d’oro e per quasi tutto il diciannovesimo secolo il valore dell’Oro era solo quindici volte maggiore a quello dell’Argento.

Nel 1822, in seguito alla restaurazione del Regno di Sardegna, fu emanata una nuova Legge Mineraria con la quale vennero distinte a livello normativo le ricerche dalle concessioni: per le prime non occorreva alcuna autorizzazione dal proprietario del terreno, in caso contrario era possibile ottenere l’autorizzazione dall’intendente della Provincia. Le concessioni venivano rilasciate soltanto quando "non convenga d’intraprendere lo scavamento delle miniere per conto delle Finanze" e, in tal caso, saranno preferiti i feudatari con diritti sulle miniere e i possessori del terreno, in tutti i casi previo pagamento di un premio per lo scopritore. Ancora: "il diritto di signoraggio, da pagarsi alle Finanze, viene stabilito nel 4% dell’oro e dell’argento, 2% su altri metalli raffinati, e può essere trasformato in un canone fisso, per accordo fra le parti". Vennero introdotte norme specifiche per i combustibili fossili, le saline, le cave e le fonderie, sia per il costituendo Corpo degli Ingegneri delle Miniere sia per la Scuola teorico/pratica di Mineralogia.

La ricerca mineraria continua per la prima metà del 1800. Nel 1837 Giuseppe Marchina richiede l’analisi di un campione di minerale reperito presso una miniera da lui scoperta. Nel 1840 un editto riunisce in una sola legge le disposizioni relative alle miniere, cave ed usine. Rispetto alla legge precedente la ricerca è ancora libera, ma il ricercatore è tenuto ad avvertire il Sindaco del comune in cui si iniziano i lavori. I permessi rilasciati dall’Intendente avevano validità di un anno, ma potevano essere rinnovati e revocati in caso di inattività, i lavori dovevano essere sospesi quando il filone veniva messo allo scoperto per un tratto di sei metri per ogni senso, questo per consentir il sopralluogo e l’eventuale dichiarazione di “miniera scoperta”. Lo scopritore, o i suoi aventi diritto, avevano priorità nella concessione della miniera, ma dovevano dimostrare di avere i necessari mezzi economici. Le domande di concessione erano soggette a pubblicazione ed eventuali opposizioni dovevano essere comunicate dall’intendente alle parti interessate, con termine per la risposta. La concessione poteva riguardare soltanto le miniere dichiarate scoperte, che in tal caso diventavano proprietà del concessionario fino all’esaurimento. Il re poteva ordinare che la coltivazione d’una miniera doveva intraprendersi per conto delle Finanze reali, pur attenendosi alle regole generali. Il diritto di signoraggio venne a quei tempi stabilito nel 3% del minerale greggio, convertibile in un canone annuo ed era pagabile alle Finanze.

L’estrazione di oro durante le Guerre d’indipendenza: 1848-1861.  Intorno alla metà dell’Ottocento si registrano ancora delle concessioni che interessano un numero infinito di vene e filoni coltivati in maniera artigianale e, spesso, antieconomica. Secondo alcuni, nell’800 le miniere del Badile davano lavoro a una trentina di persone: a testimonianza di ciò, lungo il sentiero, vi sono dei ricoveri per minatori, ora completamente distrutti. Tra il 1850 e il 1860, nel comune di Carcoforo continuò la ricerca di siti auriferi ed argentiferi cosa che ci è dimostrata da diversi documenti pervenutici ai giorni nostri e nei quali i signori Bertolini, don Scevola, Ferraris, Barbotti, Agnesetti e Giacobini richiesero il permesso per ricerca in zona Selva Brutta e Trasinera.

Il Regno d’Italia dopo l’unità: 1861-1922. Da una statistica del 1876 le miniere attive nel comune si trovavano in: località Schienasco (Scanaccia) e Croso Trasinera con concessione a G.C. Giacobini(oro) e in località Palone, Bosacca e Massero con conc. ad Agnesetti e Ragozzi (oro).

Durante il Periodo dell'epoca fascista e il dopo guerra: dal 1922 al 1961. Negli anni '20 e '30 le sanzioni econom. all’Italia e l’instaurazione del regime autarchico portarono ad un incremento delle coltivazioni e di 

ricerche aurifere.   (foto: minatori di Macugnaga al Colle della miniera, anni'40)  

Con un R.D.L. dell’11 novembre 1935, che monopolizzava l’importazione e il commercio dell’oro, il governo fascista aveva fissato il prezzo sul mercato nazionale in 16 Lire al Grammo, prezzo poi aggiornato a 21,33 Lire con il decreto di allineamento della Lira dell’ottobre 1936. Il prezzo sul libero mercato era notevolmente più alto e, mentre in Italia era rimasto fisso, in Svizzera nel 1939 raggiunse le 35 Lire al Grammo. In quel periodo più che in altri si fece strada il contrabbando. Nel 1938 e nel 1943 furono pubblicate le domande da parte della Società Nichelio e Metalli Nobili dell’AMMI per ricerche minerarie in località Piscie Belle. Ma anche in seguito alle ricerche non ci pervengono domande di concessione per l’estrazione di minerale. Nel 1961 chiusero definitivamente tutte le miniere del Monte Rosa, comprese quelle in Valle Anzasca che sostanzialmente erano ormai le uniche rimaste realmente attive.

 

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