Sito di Zappetta Gialla sull'Oro.

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Estrazione e trattamento

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

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Qui sei nelle pagine che ho realizzato, estrapolando e riordinando secondo le esigenze del sito, buona parte delle argomentazioni mineralogiche e minerarie trattate in una pregevole tesi di Laurea sull'alta Val Sesia. (vai a inizio Tesi)

                                                                                          

   

Dalla tesi di Laurea di Alessio Rimoldi, su suo gentile consenso e che ringrazio per la preziosa collaborazione al Sito.

 
   

                                                                                         

 

 

Tecnica di estrazione e di amalgamazione del minerale aurifero.

 

 

Le prime testimonianze delle attività estrattive in Valsesia risalgono al 1200; allora dalle miniere si estraeva Argento, che era trattato per fusione.

Il processo di amalgamazione cominciò invece ad essere applicato in Valsesia nella prima metà del Seicento, quando Giulio Cattaneo, saggiatore di metalli a Milano, riconobbe la ricchezza in Oro del minerale estratto da una miniera d’argento di Alagna. Secondo una testimonianza anonima pervenuta al Tribunale di Milano nel 1649, "il minerale veniva scavato e cernito sul posto, quindi portato a valle e pestato; la polvere ottenuta veniva impastata con acqua e mercurio in grossi recipienti dove rimaneva da tre settimane ad un mese e rimescolata ogni giorno. Dopo di ciò si metteva il materiale nei molini, poco per volta, aggiungendo sempre mercurio e alla fine si raccoglieva una certa quantità di amalgama che si separava col fuoco".

Nello stesso anno Giorgio D’Adda, Cavaliere gerosolimitano, esponente di una delle più importanti famiglie milanesi e proprietario di estesi possedimenti in Valsesia, chiese la concessione al Governatore di Milano per coltivare una miniera aurifera di Alagna, già di sua proprietà, utilizzando un procedimento da lui inventato e descritto. Questo avrebbe consentito un minor consumo di "Argento Vivo" (Mercurio), ed una maggiore resa. Detto procedimento consisteva nel "(...) far lavorare con due macine sopra uno stesso molino, cioè una fatta di pietra, et l’altra fatta di legno, et nel far lavorare la miniera, et cavarvi l’argento et oro, adoperando acqua forte, le sue fecce o sijno residenze, acqua vita, calcina, lescive o altra acque bollite, o distillate, o cimentare, come salnitro, allume, vitriolo, sale ammoniago, altri sali cavati, o artificiosi".

Da quanto sopra emerge quindi che il cavaliere D’Adda introdusse l’impiego di prodotti chimici nel procedimento, riducendo la quantità necessaria di mercurio. L’innovativo processo ebbe grande successo grazie alla sua funzionalità e facilità d’uso, cosicché accanto alle coltivazioni ufficiali prosperarono anche quelle abusive da parte di alcuni valligiani, grazie alla possibilità di trattare discrete quantità delle vene più ricche con piccoli molinelli d’amalgamazione.

Nel 1756, durante la gestione statale del governo sardo, il processo di amalgamazione fu completamente sostituito con quello di liquazione (piombificazione) dall’ispettore delle Miniere Spirito Nicolis De Robilant, che riteneva quest’ultimo più efficiente ed economico, ma questo procedimento non diede i frutti sperati e nel 1769, alle dimissioni dell’ispettore e alla rinuncia della gestione delle miniere da parte dello Stato sardo, venne ripristinato il metodo per amalgamazione, dietro preciso ordine del re. Esso continuò ad essere utilizzato fino all’inizio del Novecento quando, nonostante l'avvento del trattamento per cianurazione, le miniere d’oro della Valsesia chiusero definitivamente (Z.G. Nota copiata da altra mia pag. del Sito per riassumere il secolo qui senza informazioni.

Nel 1836, il dott. Giovanbattista Fantonetti, Professore presso la facoltà di medicina delle Università di Pavia e di Torino, sindaco di Vanzone con San Carlo (piccolo borgo della Valle Anzasca), descrisse le miniere di Macugnaga (borgo alle pendici del Monte Rosa, in Valle Anzasca). Nelle opere pubblicate descrisse minuziosamente le tecniche di scavo e di amalgamazione utilizzate dai minatori nell’Ottocento. Se ne riporta qui a seguire un breve riassunto:

"L’escavazione viene eseguita da operai chiamati Minatori, quelli che portano fuori dalla cava il minerale hanno il nome di Spazzini. La galleria viene scavata, dove si può, dall’alto verso il basso, tenendola abbastanza alta e larga da permettere un passaggio agevole alle persone e ai carretti per il trasporto del minerale. Nell’escavazione si cerca di usare il più possibile la Subbia, strumento simile ad uno scalpello e quando è necessario si usano anche delle mine detonate con polvere esplosiva. Il materiale scavato viene cernito (scelto), i frammenti non auriferi vengono utilizzati per rendere più stabile la struttura portante della galleria, mentre i frammenti di interesse vengono trasportati per mezzo di un carretto spinto a mano e fatto scorrere su delle piccole travi; dai pozzi il materiale è tratto fuori per mezzo di secchi. Portato il minerale aurifero alla luce del giorno si provvede ad un’ulteriore cernita, i frammenti rocciosi vengono lavati con acqua e divisi in base alla loro natura (del filone o della roccia incassante). per quanto riguarda la necessità di convogliarlo nei siti per il trattamento, questo compito è peculiarità delle donne, che in pianura portano fino a 60 Kg. e in discesa arrivano fino ai 150 Kg. per mezzo di gerle in legno. Il materiale arrivato nei siti per il trattamento viene prima di tutto macinato e reso in polvere, dopo di che messo in apposite casse di legno e si aggiunge generalmente della calce lasciando riposare il tutto dalle dodici alle ventiquattro ore per neutralizzare le sostanze acide presenti che interferiscono con l’azione del mercurio.

 

 Parte di macina della Valsesia: la Pila.    Parte di macina della valsesia: la Moletta o Moietta.

Parti di una macina: a sinistra la "Pila" e a destra la "Moletta".

 

A questo punto il composto viene quindi trattato col molinello d’amalgama, che consiste in una piccola botte in legno al cui interno vi è una pietra tonda e concava (pila) che ne riempie esattamente il fondo. Questa pietra è forata al centro ed è attraversata da un cilindro (albero) di legno, alla cui sommità è fissata la macina (moietta); su quest’ultima si impiantano due spranghe di ferro. Queste mole sono smussate a forma di mezzaluna su due bordi diametralmente opposti per consentire il passaggio del minerale e del mercurio che devono essere tritati tra le due pietre. La moletta è messa in moto da una ruota orizzontale a palette: un canale derivato dal torrente forma un getto che cade sulle pale inclinate della ruota, facendola girare.

Il materiale sabbioso viene immesso nel molinello in successione di tre serie con dell’acqua, aggiungendo infine il mercurio. In media per 24 Kg di minerale si utilizzano 200 g di mercurio, anche se il rapporto varia in base alla presenza più o meno frequente di elementi affini al mercurio, quale ad es. l'arsenico, detto per la circostanza "il veleno dell’oro". Raggiunta la giusta consistenza, si raccoglie l’amalgama dal molinetto e lo si ripone in una scodella di legno per essere poi versato in una pelle di camoscio bagnata; con la “strizzatura” della pelle il mercurio non amalgamato esce e all’interno rimane così una pallina di amalgama, il cosiddetto "oro bianco". Quest'ultimo viene trattato col fuoco, quindi distillato per mezzo di una storta in ferro e un recipiente pieno d’acqua che serve sia a far condensare i vapori di mercurio, in modo da recuperarne la parte che con l'oro formava l’amalgama, sia per evitare esalazioni nocive. All’interno della storta rimane così un aggregato finemente spugnoso, detto appunto spugna  la quale, dopo averla estratta  dalla storta in ferro, viene deposta in un crogiolo di grafite da passare infine alla forgia (forno) per la fusione. Questo è un momento delicato: la spugna assume un colore verdastro e, in un attimo, l’oro si aggrega nel cosiddetto "bottone" (oro rosso); solo a questo punto bisogna togliere il bottone dal fuoco".

 

 

Elementi di Tossicologia del Mercurio.

 

Il mercurio (l’Italia ne detiene più di 1/5 delle riserve mondiali) è l’unico metallo che risulta liquido alla temperatura ambientale ed essendo dotato di discreta volatilità, a detta temperatura emette vapori in quantità significativa.

Il principale minerale da cui viene estratto è il Cinabro (solfuro di mercurio). Il Mercurio è presente nel suolo, nell’atmosfera e nelle acque in concentrazioni non tossiche che tendono a mantenersi costanti (equilibrio geochimico), ma va detto che nel corso di questi decenni l’enorme aumento del suo impiego a livello industriale ha sconvolto l’equilibrio preesistente, rendendone così assai complesso il controllo a livello ambientale e problematica la valutazione dell’esposizione industriale. A confermare ciò, la valutazione del Mercurio in vari strati di ghiaccio in Groenlandia dimostra un suo notevole graduale incremento a partire dall’inizio del 1900 fino ai giorni nostri. Da questo ne consegue la presenza (e nostra relativa assunzione) del Mercurio nella catena alimentare attraverso due vie: acqua e alimenti.

Il Mercurio allo stato elementare (mercurio metallico) viene trasformato in Metilmercurio (mercurio organico) ad opera dei microrganismi nelle condizioni anaerobie esistenti nei fondali delle riviere o dei laghi. Esso è assorbito dal plancton (fito e zooplancton) che a sua volta è assorbito dai pesci. La contaminazione delle acque da parte del Mercurio accelera il processo di contaminazione degli organismi, in quanto il Mercurio ed i suoi derivati si concentrano negli organismi acquatici viventi ad un tasso di 103-105 più elevato rispetto al Mercurio libero nelle acque, prevalentemente come Metilmercurio. Ne consegue una gravissima epidemia chiamata Sindrome di Minamata, dal nome del villaggio presso l’omonima baia nel Giappone interessata dagli scarichi di un impianto industriale per la produzione di acetaldeide che ai suoi tempi causò (contaminando i pesci) l'intossicazione ed il decesso di moltissime persone e animali vari.

In Italia, presso la baia di Vada (Livorno), nel 1979 le concentrazioni medie di Mercurio totale nei pesci di diverso tipo arrivavano a 2,1 mg/kg di pesce umido, rappresentate per più del 90% da metilmercurio. Da notare che il tasso di Mercurio nel pesce destinato all’alimentazione umana non deve superare, nel nostro Paese, gli 0,7 mg/kg di pesce umido. Infine, ma non ultimo in ordine d'importanza, anche la produzione di pane con grano contaminato fu la causa di numerosi casi di avvelenamento.

 

 

Tossico - dinamica.

 

Il Mercurio metallico viene assorbito principalmente per via inalatoria, quello organico invece per via digerente (cibo) e cutanea (se veicolato da solventi). Principalmente si deposita nel Sistema Nervoso Centrale, nel rene e nei capelli; i composti organici riescono ad oltrepassare anche la barriera placentare, depositandosi nel feto. Dopo di ciò, sotto qualsiasi forma penetri nell’organismo, esso viene in gran parte eliminato attraverso i reni e le feci.

Il meccanismo d’azione tossica è tutt'oggi in parte sconosciuto, fatto sta che giunto a contatto con i tessuti a concentrazioni elevate provoca l’immediata morte delle cellule. Questo metallo blocca numerosi recettori costituenti la maggior parte dei componenti proteici, quelli essenziali per l’ integrità delle membrane cellulari ed in particolare gli enzimi; pare che esistano delle interazioni biologiche tra Mercurio e Selenio, per cui alcuni composti del Selenio sembrerebbero esercitare un effetto protettivo nei confronti del Mercurio organico.

Si può diagnosticare l’intossicazione da Mercurio in seguito ad analisi sul dosaggio del metallo nelle urine, nel sangue e nei capelli. I quadri clinici più comuni si riscontrano sia a carico del Sistema Nervoso Centrale e Periferico sia all’Apparato Digerente e Renale. Nella intossicazione da Metilmercurio, a farne le spese è soprattutto il feto: il composto, essendo tetratogeno, provoca l’insorgenza di gravi malformazioni.

 

 

AMALGAMAZIONE: nel Sito ho riordinato alcune pagine sequenziali che trattano della sua scoperta, delle migliorie applicatevi nel tempo, sino al suo "abbandono", quando cioè questo metodo venne sostituito da quello della cianurazione (con descrizione anche di quest'ultimo).

 

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Indicazioni stradali con Google

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