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cercatori d'oro col banco sul ticino

 
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IL BANCO. Il banco (o bancone) era utilizzato nelle parti terminali e pianeggianti di alcuni fiumi lombardi (Ticino, Adda, Serio, ecc.), dove non ci sono rapide su greto ciottoloso e dove il sedimento e l’oro sono più fini. E' formato da due o tre ruvide tavole di legno, lunghe fino a due metri, tenute assieme in modo da formare un largo canale ed è lo strumento antico fondamentale da cui derivano, con ingegnosi, graduali e molteplici interventi, le canalette o scalette usate oggidì. Queste tavole accostate l'un l'altra, già ruvide per la loro natura stessa, venivano inoltre intagliate fittamente a colpi d'ascia per creare ostacoli allo scorrimento della sabbia e "trappole" per il deposito dell'oro. Lo strumento, posizionato sulla riva come da foto, era tenuto rialzato da terra tramite sostegni in legno flessibili che consentivano di farlo periodicamente dondolare agendo con una mano sulle sponde, operazione questa utile a far scivolare in basso il materiale più grossolano mentre, contemporaneamente, l'oro si depositava negli intagli. Una persona vi caricava il materiale da lavare con la pala, un altro vi versava sopra abbondante acqua con un secchio fissato ad un lungo bastone trasversale detto sucon, nome che ricorda la zucca cava che si usava ai primordi; il bastone era necessario per poter raggiungere agevolmente tutti i punti del banco senza ostacolare l'operazione di caricamento. Durante il lavaggio, la ghiaia e la sabbia leggera scivolavano velocemente verso il basso, mentre il concentrato pesante restava intrappolato negli intagli e, come già accennato, di tanto in tanto si faceva dondolare il banco per agevolare lo scarico dello sterile; periodicamente occorreva inoltre eliminare il materiale che si era ammucchiato ai piedi del banco, o meglio ancora spostare lo strumento in altra posizione, vicino ad una zona ancora da lavare.

Alla fine della giornata, o comunque quando si riteneva che il banco fosse saturo, questo veniva girato e posto verticalmente in un canaletto di legno lungo e stretto, chiamato conchino, e aiutandosi con dell'acqua ed una spazzola vi si faceva cadere il concentrato, il quale subiva già un primo lavaggio di arricchimento nel conchino stesso agitandolo a pelo dell'acqua con movimenti avanti-indietro in modo da eliminare le parti più leggere, poi si faceva scivolare il residuo nel bacile, detto anche trula.

 
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TRULA PER LAVARE OROLA TRULA. Se in molte parti d'Italia e all'estero, per lavare il concentrato aurifero erano in uso strumenti che, pur variando tra essi di dimensioni o struttura a seconda dei luoghi avevano comunque le caratteristiche sostanziali della Batea che usano i cercatori d'oro amatoriali di oggi, sul  Ticino invece (specie nella zona di Oleggio) si usava assolutamente la trula, e questo fino a non molti anni fa; l'immagine qui a sinistra (come la seguente è per gentile concessione del dott. Pipino) ne riporta un esemplare di cui manca il manico che va appunto inserito nel rilievo centrale posto a monte della Trula. Come si può notare, si tratta in sostanza di una grossa paletta in metallo che, quando munita del suo lungo manico di legno verticale, ricorda un po' quei raccogli-spazzatura con lunga impugnatura perpendicolare. La paletta, lunga dai trenta ai trentacinque centimetri e larga poco meno, ha sponde più alte rispetto al bacile suo simile (altro attrezzo oramai in disuso), in genere cinque o sei centimetri e queste formano, in ciascuno dei due angoli posteriori, una "orecchietta" o canalino di scolo che a lavoro ultimato serviranno per versare l'oro in altro contenitore. Al centro del lato riguardato dalle orecchiette è saldato, esternamente, un supporto di ferro atto ad inserirvi il manico di cui sopra. Nella foto seguente e che riprende un vecchio cercatore di Oleggio (Giovanni Valentini), viene mostrato come la si usava: una volta immessovi il concentrato da lavare, l'attrezzo veniva immerso a pelo d'acqua, dopodiché si agiva con movimenti di immersione ed emersione, inclinazione e raddrizzamento, cercatore d'oro con trula periodiche scosse, finché quasi tutti i minerali fuoriuscivano dalla trula e rimaneva solo l'oro. Queste operazioni venivano eseguite impugnando ovviamente l'attrezzo per il suo manico e stando in piedi nell'acqua, leggermente curvati sia per controllare al meglio il processo, sia per il peso dato dall'insieme: si trattava infatti di un'operazione senz'altro scomoda e faticosa, anche perché richiedeva un bel po' di tempo. Una volta isolato del tutto, l'oro veniva infine versato in un recipiente servendosi come già detto di uno dei suoi canalini angolari di scolo.

 
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Nel canavese invece, i cercatori d'oro preferivano usare il Piatto, che a quei tempi era completamente in legno, concavo all'interno e che finiva a cuneo (cappello cinese) perché non disponeva del classico fondo piano che caratterizza le nostre batee attuali. Fu solo con l'avvento della plastica che finalmente diventò tutto più facilmente sagomabile e realizzabile anche nei minimi dettagli al fine di poter soddisfare al meglio le esigenze dei cercatori d'oro attuali.

 
 

 

 

 

 

 

 

 

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