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Tanaro

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

   

Un estratto dell'articolo "Sabbie aurifere e monete Romane raccolte nel Tanaro presso Alba" (G.Pipino, su Rivista Alba Pompeia, 1981). 

 

a cura del dott. Pipino

 

Agli inizi del '500 Raffaele da Volterra affermava che nel fiume Tanaro "... Antonino Trotti, cavaliere alessandrino, raccoglie pagliuzze d'oro, con le quali è fatta la collana che porta". 

La notizia della presenza dell'Oro nel Tanaro è in seguito ripresa, senza molta convinzione, da Agricola nel 1546 e, molto più tardi, da Balbe (1786), il quale, pur riconoscendo che nessun naturalista moderno avesse mai trovato oro in questo fiume, sospetta che l'oro trovato in passato vi fosse stato portato dalla Bormida, che a sua volta lo riceve dall'Erro, dal Visone,e dall'Orba, corsi d'acqua notoriamente auriferi.

Decisamente pessimista è invece il Bossi (1805), che sostiene: "... non vi è bestialità in fatto di storia naturale che il Volterrano non abbia detto, e Agricola, la cui testimonianza varrebbe qualcosa, non ha ben conosciuto il suolo e l'orittologia d'Italia". Nessun altro, che io sappia, ha in seguito accennato alla presenza dell'oro nel Tanaro.

Recentemente, nell'ambito delle ricerche sistematiche che sto conducendo nei principali corsi d'acqua della Val Padana (Pipino, 1976, 1980, 1981) ho potuto avere conferma dell'asserzione del Volterrano, cosa del resto attesa, in quanto non v'è corso d'acqua dell'alta Val Padana che non contenga una certa quantità di oro.

ORO DEL TANARO.

Questa bella immagine (qui aggiunta all'articolo) mostra l'oro che l'amico Erik sta gradualmente trovando nel Tanaro, fiume certamente "non "facile" per quanto riguarda i ritrovamenti auriferi e le cui campionature (come in questo caso) assumono certamente un valore amatoriale che va ben oltre la quantità, nel senso che mirano piuttosto alla qualità (peculiarità, rarità) dell'oggetto in questione.

 

Continuando il discorso di cui sopra, per quanto riguarda il metallo raccolto in passato dal Trotti, è mia opinione che la zona di sfruttamento fosse sita non alla confluenza della Bormida, ma a quella del Belbo, torrente discretamente aurifero, già citato, come tale, in documenti medioevali. Altri torrenti auriferi riceve comunque il Tanaro molto più a monte. Mi riferisco in particolare alla Stura di Demonte con il suo affluente Gesso, che ho riconosciuto discretamente auriferi, a conferma di quanto facevano sospettare il nome, cioè la toponomastica, di varie località quali ad esempio Valloriate, Lago dell'Oro, Fontana dell'Oro ecc. e la presenza delle numerosissime manifestazioni metallifere nel Massiccio dell'Argentera (Martina 1967) che contengono certamente tracce d'oro.

Dopo la presentazione  della nota di cui sopra  l'autore ha eseguito altre campionature nell'alta Valle del Tanaro (a lato, tabella con le caratteristiche medie del concentrato di questo fiume) ed ha rinvenuto interessanti zone aurifere, in particolare tra Ceva e Lesegno, dove ha raccolto circa mezzo grammo d'oro, parte del quale in  scagliette con diametro superiore al millimetro. Durante la fase di lavaggio e arricchimento dei sedimenti alluvionali sono state rinvenute due monete romane, di diversa epoca e grandezza,

nonché un antico oggettino ornamentale. La moneta più antica, con diametro di 35 mm, è un sesterzio in bronzo di Nerva (93-96 d.C.). Sul diritto è raffigurato il profilo dell'Imperatore circondato dalla scritta, pressoché illeggibile: NERVA CAES AVG P M...COSIII. Sul rovescio è raffigurata la Fortuna, circondata dalla scritta FORTVNA, e da altra parola illeggibile, con ai lati le due lettere S e C. L'altra moneta, diametro di 25 mm, è un dupondio in bronzo di Adriano (117-138 d.C.). Il profilo dell'imperatore è molto ben conservato ed è circondato dalla scritta HADRIANVS AVGVSTVS. Sul rovescio è rappresentata la solita dea, che regge una spiga ed è affiancata da due figure umane di minori dimensioni, circondata dalla scritta HILARITAS P D. Ai due lati ancora le lettere S e C, e in fondo ancora COSIII.

 

Anche se immagino non interessi a nessuno, il Tanaro è un ricordo della mia infanzia; una volta all’anno o poco più io ed i miei cuginetti ci recavamo lì per qualche giorno da un “quasi” zio che abitava in una vecchia casa sul fiume. L’entrata era normalissima, una piccola porta sulla strada asfaltata, ma non appena si attraversavano le due esigue stanze a seguire e si apriva la finestra, ci si trovava affacciati, altissimi e vertiginosamente, sul Tanaro. Sotto di noi precipitava il vertiginoso muro in pietra della casa, solcato da preoccupanti crepe verticali. La finestra poggiava molto bassa ed a noi era vietato affacciarsi. Ricordo che lo zio, "buon bevitore", aveva una curiosa ispida barbetta e appunto aveva la nomea di bere parecchio vino. Noi bimbi in quei giorni scendevamo sulle rive del Tanaro per giocare “ai Pirati”, volgendo ogni tanto lo sguardo al muro della casa ed alla sua famigerata finestrella posta quasi in cima.

 

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