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Le Corse all'Oro

 

 

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Art. di F. Boschi, qui ridotto secondo le esigenze del Sito.

 

 
 

1) Perché e come iniziò (anzi, iniziarono).

 

Cercatori d'oro, Febbre d’oro, Corsa all’oro: vere e proprie malattie senza cura. Termini che possono apparire strani oggi, ma che erano d'uso corrente appena un paio di secoli fa. La febbre dell'oro in certi casi ha assunto connotazioni patologiche. Nella storia questa metafora si riferiva perlopiù a quell'afflusso in massa dei cercatori d’oro sui luoghi di ritrovamento del metallo in America.

La corsa all'oro del diciannovesimo secolo negli Stati Uniti ebbe come punti focali la California e il Colorado. In questi due stati si rinvenne il maggior numero di miniere, e fu qui che venne estratta la maggior quantità d'oro. Come sempre avviene in queste occasioni, fu il caso che permise di scoprire l'oro in California nel 1848. All’epoca, questo stato era appena diventato parte dell’Unione in seguito all’accordo "Guadalupe Hidalgo" in cui fu stabilito che alcuni territori appartenenti al Messico, tra cui la California appunto, fossero ceduti agli Stati Uniti.  In breve tempo, ondate di coloni si riversarono dall'Est in questa terra promessa, ricchissima per l'agricoltura e l’allevamento.

Nel gennaio 1848, alla confluenza dei fiumi American e Sacramento, appunto in California, regione anch’essa ceduta dal Messico nel 1848, furono trovate le prime pagliuzze d'oro (poi fu la volta del Nevada, del Sud Dakota e di altri stati). San Francisco in quella data aveva solamente duemila abitanti, ma solo dopo pochi anni gli Usa occuparono il primo posto nel mondo per estrazione dell’oro, per quanto già nel 1851 anche l’Australia cominciasse a estrarne delle grandi quantità.
Ma l'inizio di tutta la storia dell’oro affonda le sue radici in California. Un imprenditore svizzero, di nome Sutter, allestì a Sacramento una segheria e gli affari prosperarono a tal punto che inviò il suo braccio destro, tale Marshall, a costruire un nuovo stabilimento alle falde della Sierra Nevada, grande catena montuosa che percorre da nord a sud quello stato. Marshall provvide a impiantarlo sulle rive dell’American River. Un giorno, immergendosi in quel fiume per lavarsi le mani, la grande scoperta.
Iniziò da qui la febbre dell’oro che contagiò il mondo: da un semplice gesto. Fu talmente grande la sua sorpresa nel vedere sul fondo luccicare del metallo giallo che pensò bene di andarci a fondo. Cercò di tenere nascosto il più possibile questo segreto, ma sfortunatamente per lui anche altre persone videro quel luccichio nel fiume e la voce si diffuse in un baleno. Morale di quella che sembra una favola, ma non lo è, il signor Sutter morì ormai anziano in povertà perché tutti i suoi dipendenti lo avevano lasciato per precipitarsi a setacciare i corsi d’acqua della Sierra Nevada. Anche il suo fido Marshall non fu capace di gestire la sua concessione di scavo e finì miseramente i suoi giorni. Entrambi senza godere neanche un po’ della formidabile scoperta che stava per cambiare il corso della storia.
Il dado ormai era tratto. In tutto il territorio nacquero dal nulla città come Jackson, Columbia, Amador, Sonora, Coloma, Sutter Creek; e la California divenne il sogno irraggiungibile di tutti, in tutto il mondo. In soli due anni 80.000 cercatori giunsero sulla costa occidentale del continente nordamericano.
Un’altra febbre dell’oro scoppiò nel 1864 a Fortymile Creek in Alaska e, sempre nel XIX secolo, altre ve ne furono nel Klondike e a Nome. La folla di cercatori d’oro statunitensi era composta in gran parte da uomini soli; soltanto pochi avevano dovuto  lasciare una famiglia nella città di provenienza. Il lavoro del cercatore d'oro era un lavoro duro, per uomini solitari, assetati di ricchezza e senza scrupoli. Una sottospecie di cacciatori di taglie, individualisti e violenti, senza scrupoli, affamati di ricchezza. La cultura della corsa all’oro, spesso riportata nelle canzoni popolari, tendeva a promuovere immagini di robusta mascolinità: sembrava di essere tornati fra i pistoleri del vecchio west.
La corsa all’oro ebbe anche un risvolto infrastrutturale delle città dell’epoca e non soltanto un grandissimo impatto di carattere sociale. Portò, ad esempio, alla costruzione di villaggi veri e propri, creati apposta per ospitare la grande massa di persone che si spostavano in una determinata zona per effettuare le ricerche.
Uno dei fattori principali dello sviluppo tumultuoso degli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo è stato senz’altro il cosiddetto "gold rush" (la corsa all’oro). Tra il 1848 e il 1902 una massa enorme di disperati, banditi e persone desiderose di avventura e in cerca di presunti facili guadagni, si riversò a Ovest del Mississippi dilagando nelle terre indiane e, su su, fino alle terre dell’Alaska e dello Yukon. Quando il grande nord mormorava sempre più insistente, le persone non potevano trovare pace se non andando oltre il Chilkoot (celebre passo)  per discendere fino alla Terra Silente.
Era il 1882. "La fede! (scrisse Jack London nel suo mitico libro/reportage "I cercatori d 'oro del nord") magari non muove le montagne ma di sicuro ha creato il grande nord. Nessun martire cristiano ha mai avuto tanta fede come i pionieri dell’Alaska, che non ebbero mai dubbi su quella terra desolata e deserta. Coloro che vi giunsero finirono per rimanerci, poi ne arrivarono altri. Non potevano più andarsene. Loro sapevano che l’oro era li e quindi tennero duro. In qualche modo il fascino di quelle terre e di quella febbrile ricerca entrò nel loro sangue, li catturò l’incantesimo che non li mollò mai più. Gran parte di costoro, dopo le peggiori sofferenze e privazioni, si spazzava via il fango di quella terra dai mocassini, e ripartiva dicendo che non sarebbe tornata. Ma come arrivava la primavera la ritrovavi sullo Yukon a inseguire i blocchi di ghiaccio del disgelo".
Nell’agosto del 1896 tre cercatori d’oro scoprirono un ricco filone aurifero in una località dell’Alaska chiamata Bonanza Creek nelle vicinanze di Dawson City. Questo segnò l’inizio della più frenetica "febbre dell’oro" della storia d’America: più di centomila persone partirono da Skagway per Dawson in Canada, percorrendo a piedi o in canoa più di ottocento chilometri in una terra selvaggia a caccia di un prezioso tesoro mai visto.
Più lontano da qui, sulle Montagne Rocciose, in Colorado, l'oro era abbondante tanto quanto in California, ma molto più difficile da raggiungere perché si trovava nella roccia ad altezze incredibili. Non a caso le zone minerarie abbandonate che si possono visitare oggi si trovano ben oltre i tremila metri di altezza. I treni si arrampicavano lungo valli impervie e battute in inverno da spaventose tempeste di neve per rifornire città come Silvenon, Tel luride, Aspen, Leadville, Cripple Creek; di altre città - costruite in posti ora considerati assurdi e ad altezze incredibili sopra il livello del mare, raggiungibili solo con carri trainati dai cavalli, come Tomboy, Sneffels, Ashcroft, lndipendence - oggi ne sono rimaste solo le rovine. Qui sorsero scuole, esercizi commerciali, banche, luoghi di ritrovo, il tutto sotto metri di neve in inverno, in condizioni di vita disumane. Per molti mesi dell’anno questi posti restavano inoltre isolati dal resto del mondo.
In queste località c’erano i cercatori d’oro, lo sceriffo del villaggio, il saloon (unico luogo di svago per bere, giocare d’azzardo e andare a puttane), i banditi, la banca e le belle donzelle da rapire. C’erano anche gli indiani, i bisonti e i cacciatori di bisonti.
L’ingegno umano fu messo veramente alla prova per studiare e realizzare macchinari e opere sempre più moderne e funzionali per poter sfruttare meglio le miniere, con ciò spingendo la popolazione verso il miglioramento progressivo delle condizioni di vita.
Il treno fu senz’altro il mezzo di trasporto più utilizzato all’epoca, con una diffusione di linee veramente incredibile. Ogni miniera di una qualche importanza era servita da una ferrovia: non importava se si trovasse in mezzo ad un deserto o in cima ad una montagna.
Furono sviluppate tecnologie che permisero di far salire i treni fino ai 3.500 metri di altezza in alcune miniere nelle Montagne Rocciose, sfruttando lo scartamento ridotto che permise di superare pendenze del 5% (notevole per l’epoca) e costruendo ponti e tunnel ancor oggi difficilmente realizzabili con i moderni sistemi e con le tecniche più avanzate.
Oltre all’oro, furono scoperti altri minerali e metalli, meno nobili ma comunque assai importanti, quali l’argento, il manganese, soprattutto il rame e, in tempi più recenti, l’uranio. Le grandi corse all’oro fecero diventare questo pregiato metallo, per tutto il XIX secolo fino agli inizi del XX, l’unica merce il cui
prezzo era fisso, non soggetto a variazioni di alcun genere, rapportato sin dal XVIII secolo al contenuto aureo delle varie valute, di cui due le principali:

sterlina e dollaro. Se i prezzi delle merci aumentavano, ciò voleva dire che per qualche motivo queste rincaravano rispetto all’oro.
I villaggi venivano poi sistematicamente abbandonati una volta esaurita la vena d’oro. Nacquero così i leggendari villaggi fantasma, con porte di legno che sbattono, rotoli di fieno che passano sulle strade polverose trasportati dal vento; luoghi diventati famosi nella cinematografia western e ricostruiti
oggi per turisti avventurosi e selezionati. Rovine affascinanti in luoghi di una bellezza incredibile, raggiungibili solo con il fuoristrada.
Altre città, quali Aspen e Telluride per citare le più famose, sono diventate esclusive località sciistiche, con attività turistiche che come l’oro sono riuscite a diventare fonti di ricchezza primaria.
Oggi solo le miniere di rame allora scoperte in queste città sono sempre pienamente attive, mentre l’oro è estratto solo in poche località e in quantità
contenute. Nel 1957 l’ultima miniera presente chiuse i battenti.
Alla fine del diciannovesimo secolo tutto questo sogno aveva raggiunto il suo estremo punto di arrivo, perché i costi di estrazione erano andati alle stelle e il valore dell’oro era sceso troppo. E tutte queste città si spopolarono.

 

Nella foto, l'ultimo tratto del famigerato Chilkoot Pass, con tanto di cercatori: come già riportato in altra pagina di questo Sito, "tutto era reso più difficile dalle rigide norme stabilite dal governo canadese: ciascun cercatore, per dimostrare di essere autosufficiente, doveva avere con sé, al passaggio della frontiera, diversi quintali di viveri. Era quindi necessario attraversare il valico più volte, sempre a piedi, con i viveri sulle spalle, fino a che non fosse stato trasportato l'intero quantitativo stabilito dalla legge."

 

 

2) Sviluppo e conseguenze della corsa all'oro.

 

Negli Stati Uniti, i cercatori d’oro diretti verso il freddo Klondike arrivavano da ogni parte e con ogni mezzo: in carrozza, a cavallo e anche a piedi. Gli abitanti della costa atlantica attraversavano a cavallo o su carri le grandi praterie americane e i micidiali deserti, con pericoli a ogni angolo, dove intere famiglie persero la vita. Partì una delle più furiose e improvvise corse che il mondo avesse mai visto e vedrà per accaparrarsi ricchezze.
Ogni ricercatore portò con sé il proprio cane - ci fu anche chi parti senza - e persino donne, bambini e malati si lanciarono nella lunga notte artica su quei cinquecento chilometri di ghiaccio per vedere come si poteva concludere il più grande affare del mondo (per loro), o almeno quello che veniva spacciato come tale. Quando il fumo di neve dell’ultima slitta scomparve all’orizzonte lungo lo Yukon, la leggenda narra che non più di venti persone, quasi tutte invalide o impossibilitate a viaggiare, rimasero a guardare da Circle City. Da allora l’oro è stato scoperto in ogni forma e in ogni luogo, sotto l’erba delle colline, sui fondali dell’isola di Monte Cristo, nelle sabbie marine di Nome.
Le scoperte dell’oro in California, Australia, Alaska, Siberia non furono meno crudeli di quelle che caratterizzarono la conquista spagnola in America. Tutte portarono all’estinzione delle popolazioni autoctone con grandi tribolazioni. E tutte furono occasione di grande criminalità e di immani sacrifici (umani) per le stesse persone coinvolte nella ricerca. Solamente nel biennio 1849-50 la corsa all’oro verso la California, semplicemente durante la fase del tragitto su strade in mezzo a terre ostili, portò alla perdita di circa 5.000 persone. Sempre in California, su una popolazione di alcune centinaia di migliaia di persone, nel periodo 1849 - 1854, si registrarono ben 4.200 omicidi: il linciaggio era una prassi di ordinaria amministrazione.
Intorno all’estrazione dell’oro si formarono le prime rivendicazioni operaie contro la corona inglese: già nell’autunno del 1854 nella regione aurifera di Ballarat (presso Melbourne) vi fu un duro scontro tra operai e polizia, che comportò la morte di decine di persone.

Migliaia di cercatori d’oro s’immiserirono e si rovinarono e solo in pochi s’arricchirono favolosamente. Gli incettatori spesso pagavano ai cercatori 2-3 volte meno del prezzo ufficiale che corrispondeva al contenuto aureo del dollaro. Non solo, ma i cercatori di origine indiana, messicana, cinese, comunque non anglosassone, non potevano neppure avere il diritto di possedere documenti attestanti la loro proprietà sui terreni auriferi, per cui erano costretti a lavorare per i bianchi oppure su quei terreni che i bianchi avevano già sfruttato e abbandonato.

Da notare che quella dell’oro è un'avventura/tragedia in più atti che si estende sino all'oggi (indipendentemente dal fatto che ne siamo o meno consapevoli): è partita dall’America, come qui descritto, per poi interessare Europa, Russia, Africa e America latina. A questi ultimi decenni risalgono ad es. i cosiddetti garimpeiros, quasi tutti "restati" o "tornati" poveri e miserabili; solo qualcuno di loro si è arricchito.
L’immagine delle sofferenze patite per attraversare il difficile valico di Chilkoot coperto di neve (oggi monumento nazionale di Usa e Canada) è ben
raccontata dalle storie dei vecchi pionieri, e rappresenta un’attrattiva irrinunciabile per tutti i veri amanti nel grande nord. L’epopea di questi primi esploratori lungo il fiume Yukon è raccontata in centinaia di film e pellicole cinematografiche che hanno ripercorso le orme di questi uomini coraggiosi.
Come la storia di Jack McQuestion, emblema del fascino del nord e dei suoi pericoli. Nel 1871 McQuestion arrivò nello Yukon da nordovest. Dopo avervi trascorso trent’anni della sua vita, continuava a dire che il clima era splendido e
ogni volta che tornava negli Stati Uniti veniva assalito dalla nostalgia di casa. Il nord l'ha tenuto per tutta la vita nel suo grembo, fino alla morte. Morire da qualche altra parte del mondo per lui sarebbe stato un dispiacere enorme. Il suo nome è inestricabilmente legato alla storia dell’oro e a questa regione. Fino a quando rimarranno mappe e racconti, resterà anche il suo nome in mezzo a quello di altri gloriosi pionieri.
Un altro nome legato allo Yukon è quello di Frank Dinsmore, travolto ancora giovane dalla febbre dell'oro e dal vagabondaggio. A sedici anni era già in viaggio verso ovest sulla pista che andava ancora più a nord. Anche lui sentì il "mormorio" del nord: un canto soave come il richiamo di una sirena per i marinai. Discese sulla catena dei laghi, lungo lo Yukon e su per il Pelly River e provò a cercar fortuna sulle sponde del fiume McMillan. In autunno era diventato uno scheletro ambulante e ritornò verso sud superando di nuovo il passo durante una bufera di neve, con indosso solo una camicia stracciata, dei pantaloni laceri, mocassini e un po’ di farina cruda per mangiare. Non aveva paura di nulla, Frank Dinsmore. Durante l’inverno del 1882 lavorò per due soldi a Juneau (Alaska), e a primavera riprese la strada per il Chilkoot. Fece lo stesso per altre tre primavere fino a quando non gli riuscì più di superare il passo: era il 1885 e non fece mai più ritorno. Se a far venire la febbre dell'oro a Dinsmore fu una lettera ricevuta da un uomo del posto, che nella medesima aveva definito il Chilkoot "il più grande affare del mondo", lui stesso, in seguito, aveva spedito una lettera da quei luoghi scrivendo che "non aveva mai visto una cosa del genere".
Salire fino al mitico passo di Chilkoot, discendere sulle acque del fiume Yukon, tentare la sorte cercando di trovare una pagliuzza d’oro nell’acqua, percorrere i sentieri per anni e anni alla ricerca di fortuna, molto spesso portava anche a disperazione e a storie sfortunate. Al contrario delle carovane dei coloni, generalmente contadini e mercanti che non volevano avere contatti con nessuno e particolarmente con gli indigeni, i cercatori d’oro e i minatori invece invasero i territori indiani, violando sistematicamente i trattati di pace siglati in precedenza. Scoppiarono quindi sanguinose guerre e nacquero varie città e accampamenti nei posti più disparati, dai deserti più desolati e aridi fino alle sommità di montagne terribilmente inospitali ed impervie.

L’ultima grande febbre dell’oro di tipo "classico" si verificò in Canada, nel Klondike, poi nella provincia dell’Ontario, e successivamente in Alaska (Stati Uniti); c’è da rilevare comunque che negli anni '20-'30 del XX secolo il Canada conquistò il secondo posto nell’estrazione del prezioso metallo, superando Usa e Australia. La febbre del fiume Klondike, raccontata dalla penna magica di Jack London (vedi un es.), che seguì da scrittore i cercatori di pepite fra quei ghiacci nel pieno della corsa all’oro, fu una tragedia sin dall’inizio. Nel 1898 su 100.000 persone partite, solo 30-40.000 arrivarono a destinazione e di queste solo
poche centinaia si arricchirono. L’esaurimento di quel "filone" portò a una decadenza immediata della regione: Dawson, che ne era la capitale e che allora era abitata da 25-30.000 persone, oggi non supera il migliaio e vive esclusivamente di turismo.
Dal canto suo, negli anni questa migrazione violenta permise però di scoprire tutto il territorio del nord America, colonizzandolo definitivamente, perché da lì a poco, dietro alle prime ondate di cercatori e minatori sopramenzionati si accodarono banchieri e commercianti, gli unici a guadagnare e a fare veramente fortuna "succhiando" il misero stipendio dei minatori, che sostanzialmente non avevano niente: né soldi, né futuro.
La morale è una sola: nessun minatore è mai diventato ricco cercando l’oro. Un vero controsenso, a pensarci bene. Tutto il giorno, tutti i giorni, per una vita intera con le mani ficcate in acque fredde, frugando fra il metallo più prezioso del mondo che presto avrebbe cambiato le sorti dell’economia internazionale, senza però beneficiarne personalmente in misura considerevole.
Da notare infine che questo grande spaccato di storia che fu la caccia all’oro, se non altro contribuì (nel bene e nel male ... dipende dai punti di vista ... basti pensare agli indiani) senz'altro, anzi fu fondamentale, alla colonizzazione e modernizzazione degli Stati Uniti, con un impegno di capitali e cervelli che mai si era visto prima di allora.

                                                                                                      F.Boschi

 

 

 

 

 

 

 

 

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