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Inizio sezione Aurifodine italiane

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

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Prima pagina della Sezione Aurifodine e dei loro conseguenti cumuli di ciottoli  ancora visibili oggigiorno, i quali ultimi sono a testimonianza di questi antichi sfruttamenti che si risolvevano scavando canali in terreni considerati auriferi, facendosi aiutare da forte corrente d'acqua proveniente da bacini posti molto più a monte. Sempre tramite l'acqua si lavava poi nei canali stessi e da ciò si otteneva, in grande stile, ma sostanzialmente con lo stesso principio delle canalette odierne, che l'oro vi si depositava, mentre lo sterile scorreva oltre.

 

... ma non è affatto vero, come sostengono molti autori, che Plinio abbia affermato l’uso di canalette di legno inserite direttamente nei canali di lavaggio. Egli, piuttosto, parla più genericamente di uso di tavole laterali in alcuni punti dei canali destinati a convogliare lontano la terra lavata. D'altra parte, la  

storia recente e l’esperienza insegnano che non solo non c’è alcuna necessità di inserire strumenti in questi canali del primo lavaggio, scavati nel sedimento, ma che essi sarebbero difficilmente stabili, oltre a poter creare fastidi e problemi.

Pagina realizzata con la preziosa collaborazione del dott. Pipino.

 

Per trattenere l’oro, infatti, basta e avanza uno strato di ciottoli grossi lasciato sulla pavimentazione, mentre quello più fine poteva a quei tempi essere trattenuto, anche se solo in parte, con altri accorgimenti inseriti a valle, come la mitica pelle di montone (vello d’oro), oppure gli arbusti descritti da Plinio che avevano sostanzialmente lo stesso scopo dei moderni tappeti in plastica in uso oggigiorno. Il lavaggio avveniva nei canali scavati (il materiale da trattare vi veniva versato abbattendo direttamente le sponde dei medesimi), e in successioni parallele: nello strato aurifero quando questo era superficiale o ricoperto da un sottile strato terroso, altrimenti alla base del terrazzo quando lo strato aurifero era più profondo e la successione esposta per alcuni metri d’altezza sul fronte dello stesso terrazzo. In questo secondo caso, più frequente, come già detto tutta la sponda veniva gradualmente abbattuta facendo cadere il materiale nel canale: i sassi grossi (dello strato aurifero) che rallentavano lo scorrimento, venivano man mano eliminati dal canale e ammucchiati a retro, mentre la parte più fina e leggera (ghiaia, sabbia ecc.) era convogliata nella sottostante vallata. L’oro più grossolano restava intrappolato dallo strato sassoso nel fondo del canale e veniva recuperato alla fine del ciclo di lavaggio (dopo aver interrotto il flusso d'acqua); era comunque inevitabile che una parte di quello più fino venisse trascinato via dalla torbida.

Alla fine di ogni ciclo di lavaggio, dopo che dal canale prosciugato veniva recuperato il concentrato aurifero (questo lo si rifiniva accuratamente a parte), il canale veniva costantemente riattivato e avvicinato alla sponda, man mano che il lavaggio procedeva e il fronte del terrazzo retrocedeva, fino al suo completo esaurimento.

Come ampiamente osservato in tempi recenti, con questo metodo di lavaggio continuo, definito ground sluicing, un uomo può abbattere e versare nel canale da 5 a 10 metri cubi di sedimento al giorno, e anche più a seconda della consistenza. La necessità d’acqua varia da 2 a 10 volte il materiale da lavare, cioè da 10 a 100 metri cubi al giorno per operaio, e la sua velocità deve essere almeno di 2-3 metri al secondo. Ma, poiché in un cantiere buona parte degli operai è addetta a funzioni complementari e accessorie, e tenuto conto di inevitabili interruzioni e rallentamento del lavoro, il rendimento pro-capite, per quanto riguarda il materiale scavato e lavato, si riduce in media a 2 metri cubi x uomo x giorno: questo vuol dire, ed è attestato in letteratura, che una squadra di 100 uomini può lavorare completamente un ettaro di deposito alluv. spesso 3 metri nel giro di 150 giorni (ovviamente avendo a disposizione l'acqua che occorre).

La necessità di captare, deviare e accumulare grandi quantitativi d’acqua, nonché le inevitabili conseguenze causate dalla torbida scaricata a valle, giustificano l’abbandono di questa tecnica nel Medio Evo: la sua applicazione, infatti, era possibile soltanto grazie all’organizzazione "tecnico-militare" dei Romani e, soprattutto, al loro potere e alla loro autorità, oltre alla scarsa densità di popolazione e di coltivazioni agricole nelle zone minerarie. In Europa il procedimento non potrà più essere applicato, nel Medio Evo e in tempi successivi, se non in misura molto ridotta e soltanto in alcune aree poco abitate e ricche di acque, ma non è affatto vero, come si legge spesso, che esso non è descritto nella fondamentale opera cinquecentesca di AGRICOLA (1556), il quale, invece, lo illustra perfettamente, anche se utilizzato in piccola scala in area tedesca e applicato alla coltivazione di alluvioni a cassiterite, cioè "pietre nere da cui si ricava il piombo bianco" (stagno) .

 

 

 

1980: il geologo, studioso dell'oro, Giuseppe Pipino, qui con apparecchiature da lui ideate e utilizzate per le ricerche aurifere. Sul carrello piccolo, con ruote e trasportabile a rimorchio, è montata una canaletta vibrante con pompa, vaglio rotante e un separatore magnetico a nastro, tutti alimentabili con mot. a scoppio.

 

 

CUMULI DI CIOTTOLI E DISCARICHE SABBIOSE

(cioè quel che ci è rimasto degli antichi lavori).

 

I residui più evidenti del lavaggio di depositi auriferi terrazzati (le aurifodine), cioè di tutto quanto sopradescritto, sono i cumuli di ciottoli, rimasti ancor oggi sul posto, e le susseguenti discariche di sedimenti più fini (ghiaia, sabbia, limo) arrivati e depositatisi subito più più a valle dei precedenti.

Nonostante la plurisecolare opera di livellamento, sia stata essa naturale nello scorrere del tempo, oppure per opera dell'uomo (ad es. prelievi o spostamento di materiale per motivi edilizi), i cumuli di ciottoli sono, in molti casi, ancora ben conservati ed evidenti in più località; nella maggior parte dei posti oggigiorno vengono genericamente indicati come pietraie o macerie; in Lombardia e nel Canton Ticino venivano però chiamati garaverio, caraveio e simili, mentre in Spagna e Portogallo sono chiamati murias ecc.

Generalmente si sviluppano, ordinati e paralleli, con lunghezze e altezze variabili, separati da canaloni più o meno riempiti da ciottoli rotolati in basso nel corso dei secoli. La loro base, per quanto riguarda quelli osservati in particolare nell’Ovadese e nella Bessa (quest'ultima si trova territorialmente ai piedi di quella che noi oggi chiamiamo Serra d'Ivrea), è talora curata con particolare attenzione, tanto da assomigliare a vere e proprie murature a secco, e questo evidentemente per consentire un miglior sviluppo in altezza: tale caratteristica mi fa sempre pensare (Pipino, 2006) alla collina del Testaccio, a Roma, sebbene in quel caso ad essere ordinati siano cocci di orci e anfore. Le lunghezze osservate, dei singoli cumuli, variano da 20 a 100 metri circa, l’altezza da un paio di metri a più di 10. La superficie totale coperta da cumuli può estendersi da meno di mezzo chilometro quadrato ai 5 della Bessa e ai probabili 10 della valle Gorzente - Piota.

I ciottoli costituenti i cumuli hanno forma irregolare, per lo più poco appiattita, ma sempre con bordi e spigoli ben arrotondati. Le dimensioni variano dai 10 centimetri al metro, con prevalenza della frazione 10-50 cm, sono piuttosto omogenee nello stesso cumulo e diminuiscono procedendo da monte a valle. Localmente però, in zone periferiche o alla base di qualche cumulo, si trovano massi isolati di maggiori dimensioni, con lati di alcuni metri. Questi, come dimostra anche l’osservazione diretta in strati auriferi grossolani ancora in posto, alla Bessa e nella Valle del Ticino, sono da considerarsi " trovanti" emersi nel corso dello smantellamento del terrazzo aurifero, non di massi erratici già affioranti, per cui è evidente che eventuali incisioni rupestri, sulla loro superficie, non possono essere precedenti all’epoca dei lavori minerari, come invece ipotizzato per la Bessa.

Massi e ciottoli sono sempre molto puliti e non si nota, neanche in profondità, la presenza di sabbie e ghiaie derivanti dal loro dilavamento a opera degli agenti atmosferici, per cui è evidente che erano già puliti quando sono stati accatastati. Generalmente sono anche abbastanza freschi, se non per una leggera patina di alterazione nei clasti metamorfici più superficiali, dovuta, in genere, per l' ossidazione dei solfuri contenuti. Diffuse sono anche, nei clasti superficiali, macchie colorate da colonie di licheni e locali coperture di muschio.

La composizione rispecchia la litologia dei bacini montani di alimentazione, ma, rispetto a questa, mancano o scarseggiano le rocce sedimentarie e quelle intrusive e metamorfiche più alterabili, mentre abbondano litotipi molto resistenti che pure sono rari nei monti di origine. Tra questi è degno di nota il quarzo proveniente da sporadici e poco estesi filoni idrotermali: il più delle volte questi sono auriferi, per cui, come riconosciuto da sempre e salvo casi particolari, nei depositi secondari è chiara la correlazione fra ricchezza aurifera e abbondanza di quarzo.

Le caratteristiche citate depongono quindi, per tutti i cumuli osservati, a favore di prolungati trasporti e di selezione naturale dei ciottoli, anteriori ai lavaggi minerari, con conseguente ulteriore selezione ad opera di questi ultimi.

Anche le discariche di materiali più fini (ghiaie, sabbie, limo), scaricati a valle dei cumuli, sono localmente ancora molto estese, nonostante dilavamenti e trasporti successivi a opera delle acque superficiali, ma sono generalmente poco apprezzabili e riconoscibili a causa dell’intensa vegetazione che le interessa, anche se la loro abbondanza ha comunque in molti casi deviato o occluso il letto dei fiumi: il corso inferiore del torrente Piota, nell’Ovadese, è stato visibilmente spinto contro le colline che lo delimitano ad est, mentre a valle di Mazzè la Dora Baltea è costretta ad un ampia curva, e così pure il Ticino, a valle di Varallo Pombia. Il sedimento di discarica si presenta, in genere, sotto forma di conoidi alluvionali imbricati e sovrapposti, con stratificazione poco evidente o assente e composizione molto varia. Generalmente è composto dal 50% e più di sabbia e limo, per il resto da ghiaie a granulometria varia e rari ciottoli. Abbondante è anche il contenuto vegetale, rappresentato da frammenti più o meno voluminosi di tronchi, rami e radici di alberi e, soprattutto, filamenti radicali. L’oro è generalmente presente e ben distribuito, ma sempre in sottili scagliette e in tenori che raramente superano 0,2 grammi per metro cubo: il rimaneggiamento e l’arricchimento ad opera dei corsi d’acqua, nelle zone periferiche e nelle sabbie fluviali immediatamente a valle, possono far raggiungere, localmente, tenori di qualche grammo d’oro per metro cubo.

 

 

 

 

 

 

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