Sito di Zappetta Gialla sull'Oro.

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Primo Levi e la Dora

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

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L'episodio qui descritto costituisce la parte conclusiva di un racconto della raccolta Il sistema periodico, di Primo Levi (Einaudi editore), dove si accenna all'oro presente nel fiume Dora; tutta l'ampia parte narrativa posta invece a monte di questo paragrafo è stata qui omessa perché tratta altri argomenti.

 

                                                  Materiale gentilmente inviatomi da Pollicino.

 

Oro

...Faceva molto freddo. Bussai alla porta finché venne il milite che fungeva da sbirro, e lo pregai di mettermi a rapporto con Fossa; lo sbirro era proprio quello che mi aveva picchiato al momento della cattura, ma quando aveva saputo che io ero un «dottore» mi aveva chiesto scusa: l’Italia è uno strano paese. Non mi mise a rapporto, ma ottenne per me e per gli altri una coperta, e il permesso di riscaldarci per mezz’ora ogni sera, prima del silenzio, vicino alla caldaia del termosifone. Il nuovo regime ebbe inizio la sera stessa. Venne il milite a prelevarmi, e non era solo: con lui c’era un altro prigioniero di cui non conoscevo l’esistenza. Peccato: se fosse stato Guido o Aldo sarebbe stato molto meglio: comunque, era un essere umano con cui scambiare parola. Ci condusse nel locale caldaia, che era fosco di fuliggine, schiacciato dal soffitto basso, ingombrato quasi per intero dalla caldaia, ma caldo: un sollievo. Il milite ci fece sedere su una panca, e prese posto lui stesso su una sedia nel vano della porta, in modo da ostruirla: teneva il mitra verticale fra le ginocchia, tuttavia pochi minuti dopo già sonnecchiava e si disinteressava di noi. Il prigioniero mi guardava con curiosità: - Siete voi, ribelli? – mi chiese, Aveva forse trentacinque anni, era magro e un po’ curvo, aveva i capelli crespi in disordine, la barba mal rasa, un grosso naso a becco. La bocca senza labbra e gli occhi fuggitivi. Le sue mani erano sproporzionatamente grosse, nodose, come cotte dal sole e dal vento, e non le teneva mai ferme: ora si grattava, ora le strofinava una sull’altra come se le lavasse, ora tamburellava sulla panca o su una coscia; notai che gli tremavano leggermente. Il suo fiato odorava di vino, e ne dedussi che era stato arrestato da poco; aveva l’accento della valle, ma non sembrava un contadino. Gli risposi tenendomi sul generico, ma non si scoraggiò: - Tanto quello dorme: puoi parlare, se vuoi. Io posso fare uscire notizie; poi forse esco fra poco.

 

Non mi sembrava un tipo da fidarsene molto.

 

- Perché sei qui? - gli chiesi?

- Contrabbando: non ho voluto spartire con loro, ecco tutto. Finiremo col metterci d’accordo, ma intanto mi tengono dentro: è male, col mio mestiere.

- E’ male per tutti i mestieri!

- Ma io ho un mestiere speciale. Faccio anche il contrabbando, ma solo d’inverno, quando la Dora gela; insomma, faccio diversi lavori, ma nessuno sotto padrone. Noi siamo gente libera: era così anche mio padre e mio nonno e tutti i bisnonni fino dal principio dei tempi, fino da quando sono venuti i Romani.

Non avevo capito l’accenno alla Dora gelata, e gliene chiesi conto: era forse un pescatore?

- Sai perché si chiama Dora? – mi rispose: - Perché è d’oro. Non tutta, si capisce, ma porta oro, e quando gela non si può più cavarlo.

- C’è oro sul fondo?

- Si, nella sabbia: non dappertutto, ma in molti tratti. E’ l’acqua che lo trascina giù dalla montagna, e lo accumula a capriccio, in un’ansa sì, in un’altra niente. La nostra ansa, che ce la passiamo di padre in figlio, è la più ricca di tutte: è ben nascosta, molto fuori mano, ma ugualmente è meglio andarci di notte, che non venga nessuno a curiosare. Per questo, quando gela forte come per esempio l’anno scorso, non si può lavorare, perché appena hai forato il ghiaccio se ne forma dell’altro, e poi anche le mani non resistono. Se io fossi al tuo posto e tu al mio, parola d’onore, ti spiegherei anche dov’è, il nostro posto.Mi sentii ferito da quella sua frase. Sapevo bene come stavano le mie cose, ma mi spiaceva sentirmelo dire da un estraneo. L’altro che si era accorto della topica, cercò goffamente di rimediare:

- Volevo dire insomma che sono cose riservate, che non si dicono nemmeno agli amici. Io vivo di questo, e non ho altro al mondo, ma non cambierei con un banchiere. Vedi, non è che d’oro ce ne sia tanto: ce n’è anzi molto poco, si lava tutta una notte e si tira fuori uno o due grammi: ma non finisce mai. Ci torni quando vuoi, la notte dopo o dopo un mese, secondo che ne hai volontà, e l’oro è ricresciuto; è così da sempre e per sempre, come l’erba nei prati. E così non c’è gente più libera di noi: ecco perché mi sento venire matto a stare qui dentro. Poi, devi capire che a lavare sabbia non sono capaci tutti, e questo dà soddisfazione.  A me, appunto, mi ha insegnato mio padre: solo a me, perché ero il più svelto; gli altri fratelli lavorano alla fabbrica. E solo a me ha lasciato la scodella, - e, con la enorme destra leggermente inflessa a coppa, accennò al movimento rotatorio professionale.

- Non tutti i giorni sono buoni: va meglio quando c’è sereno ed è l’ultimo quarto. Non saprei dirti perché, ma è proprio così, caso mai ti venisse in mente di provare.

Apprezzai in silenzio l’augurio. Certo, che avrei provato: che cosa non avrei provato? In quei giorni, in cui attendevo abbastanza coraggiosamente la morte, albergavo una lancinante voglia di tutto, di tutte le esperienze umane pensabili, e imprecavo alla mia vita precedente, che mi pareva di avere sfruttato poco e male, e mi sentivo il tempo scappare di fra le dita, sfuggire dal corpo minuto per minuto, come un’emorragia non più arrestabile. Certo, che avrei cercato l’oro: non per arricchire, ma per sperimentare un’arte nuova, per rivisitare la terra l’aria e l’acqua, da cui mi separava una voragine ogni giorno più larga: e per ritrovare il mio mestiere chimico nella sua forma essenziale e primordiale, la «Scheidekunst», appunto, l’arte di separare il metallo dalla ganga.

- Non lo vendo mica tutto, - continuava l’altro: - ci sono troppo affezionato. Ne tengo un po’ da parte e lo fondo, due volte all’anno, e lo lavoro: non sono un artigiano ma mi piace averlo in mano, batterlo col martello, inciderlo, graffiarlo. Non mi interessa diventare ricco: mi importa vivere libero, non avere un collare come i cani, lavorare così, quando voglio, senza nessuno che mi venga a dire «su, avanti». Per questo soffro a stare qui dentro; e poi, oltre a tutto, si perde giornata.

Il milite diede un crollo nel sonno, e il mitra che teneva fra le ginocchia cadde a terra con fracasso. Lo sconosciuto ed io ci scambiammo un rapido sguardo, ci comprendemmo al volo, ci alzammo di scatto dalla panca: ma non facemmo in tempo a muovere un passo che già il milite aveva raccattato l’arma. Si ricompose, guardò l’orologio, bestemmiò in veneto, e ci disse ruvidamente che era tempo di rientrare in cella. Nel corridoio incontrammo Guido e Aldo, che, scortati da un altro sorvegliante, si avviavano a prendere il nostro posto nell’afa polverosa della caldaia: mi salutarono con un cenno del capo.

Nella cella mi riaccolse la solitudine, il fiato gelido e puro delle montagne che penetrava dalla finestrella, e l’angoscia del domani. Tendendo l’orecchio, nel silenzio del coprifuoco si sentiva il mormorio della Dora, amica perduta, e tutti gli amici erano perduti, e la giovinezza e la gioia, e forse la vita: scorreva vicina ma indifferente, trascinando l’oro nel suo grembo di ghiaccio fuso. Mi sentivo attanagliato da un’invidia dolorosa per il mio ambiguo compagno, che presto sarebbe ritornato alla sua vita precaria ma mostruosamente libera, al suo inesauribile rigagnolo d’oro, ad una fila di giorni senza fine.

                                                                                                    fine

Vedi una descrizione di "gita aurifera" riguardante la Dora.

 

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